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SOL LEVANTE/2 Bionde, raffinate, europee o nordamericane. Sono le donne di compagnia più richieste dai businessman giapponesi. Un fenomeno misterioso: solo conversazione, niente sesso. La regista che ne ha fatto un film lo racconta a lo donna

la geisha venuta da occidente
iO donna, March 2001

DI PAOLA PIACENZA

<<All’inizio non avevo idea che questa esperienza avrebbe cambiato tutta la mia vita. Non potevo credere che mi pagassero solo per sorridere e bere>>. Mille dollari, per sorridere e bere. Tanto Jamie, bionda belleza canadese sui trent’anni, guadagnava come “hostess” nei club di Tokyo negli anni del boom economico tra il ‘91 e il ‘93. <<Da principio non sai bene cos’è. Senti che non è normale che gli uomini paghino per bere con te e che tu non abbia la libertà di andartene se la compagnia non ti va o se la conversazione non è interessante. Poi ti abitui. Il denaro genera assuefazione>>.

Hilary, 24 anni, bionda, carina, di Vancouver, da sei mesi hostess tra i vari “Lady’s room”, “Playhouse”, “Casanova club” e “Gentlemen’s club”, è richiestissima dalle mama-san, le rclutatrici di bellezze occidentali di Ginza, il quartiere del divertimento di Tokyo: <<Farsi vedere con una ragazza bionda e alta giova all’immagine dgli uomini d’affari nipponici, significa possedere qualcosa di raro, qualcosa che difficilmente il giapponese medio può avere>>.

Nancy Caroline Perron, 27 anni, alta, mora, è arrivata a Tokyo da Montreal da pochi mesi, per seguire un corso di “butoh”, una danza giapponese contemporanea. La vita della capitale, però, si è rivelata troppo costosa per il suo budget e lei si è ritrovata a fare la hostess per pagarsi gli studi. Ma a casa ha raccontatoche fa la cameriera: <<So che gli uomini qui mi cercano solo perché sono bianca, occidentale e, visto che parlo francese, chic. So che il lavoro non è considerato rispettabile, anzi, decisamente illegale. Rientra nella categoria dei “Mizu shobai”, business dell’acqua fluttuante, lavori “non onorevoli”, ma tollerati finché chi li fa riesce a passare inosservato. E in questo io sono diventata abilissima>>.

Dhana ha fatto la hostess per sei anni, poi si è sposata con uno dei suoi “clienti” che, per convincerla, anziché un anello, le ha offerto un millione di dollari: <<So che in Occidente può suonare strano, ma un’offerta del genere è perfettamente in linea con la cultura giapponese, è più naturale per un businessman condurre in porto un buon affare che fare una dichiarazione d”amore. Ci siamo sposati nel 1995 e due anni dopo è nata nostra figlia>>.

Dhana, Nancy, Hilary, Jamie sono solo alcune delle protagoniste di Tokyo girls, film-documentario della regista canadese Penelope Buitenhuis, passsato recentemente ai festival Biarritz, di Montreal e a quello del cinema delle donne di Torino, sul fenomeno delle “hostess”, le giovani accompagnatrici occidentali che hanno definitivamente sostituito le “geishe”, le tradizionali donne di compagnia dagli innumerevoli talenti, canto, danza, conversazione, poesia, frutto di un training durissimo e prolungato. Proprio mentre Steven Spielberg si appresta a rinverdime i fasti con il suo Memoirs of a geisha, tratto dal romanzo di Arthur Golden, con Maggie Cheung e Rika Okamoto nei ruoli principali.

Io donna ha incontrato la regista di Tokyo girls che, nella capitale giapponese, ha passato sette mesi indagando le radici del fenomeno.

Dal Canada a Tokyo in cerca delle “nuove geishe”. Com’è cominciata?

<<Avevo sentito parlare delle “hostess” durante i miei viaggi in Oriente. Chi le aveva conosciute mi diceva che si trattava di ragazze intelligenti, colte, molto lontane dall’idea dell’accompagnatrice-prostituta che abbiamo in Occidente. Queste donne hanno cominciato a costituire una specie di mistero, soprattutto perché nella nostra società non c’è familiarità con l’idea della compagnia di una donna a pagamento, ma senza sesso. In Nordamerica è un fenomeno sconosciuto, comincia a prendere piede in Inghilterra e in Germania, ma è quasi sempre connesso al sesso. In Giappone invece ha avuto risvolti inaspettati: contribuendo ad archiviare le tradizionali geishe perché, anche se si tratta di un servizio molto caro (sicuramente molto più di una prostituta), una hostess non costerà mai quanto una geisha>>.

Cos’hanno in commune la geisha tradizionale e la moderna hostess?

<<Svolgono compiti simili sotto due aspetti, quello delle relazioni umane e quello sociale-professionale. I rapporti umani in Giappone, anche se stanno evolvendo sotto la spinta delle influenze occidentali, sono ancora molto difficili. I matrimoni sono raremente unioni d’amore e gli uomini, sotto-posti a mille pressioni sul lavoro, arrivano spesso a un punto in cui sentono il bisogno di qualcosa di romantico nella propria vita: le geisha e le hostess sono entrambe figure perfette per questo scopo, non comportano coinvolgimenti sentimentali eccessivi non costano come un’amante vera, fuori portata anche per i businessman. D’altro canto il sistema dei rapporti sociali in Giappone è molto rigido, concludere un affare può richiedere anni a causa del formalismo esasperato. Per questo i businessman passano la maggior parte del tempo coltivando relazioni, hanno bisogno di tempo per “scaldarsi”. In passato, le geishe servivano proprio a questo: ad ammorbidire l’atmosfera. Le moderne hostess fanno lo stesso, soprattutto quando si devono concludere “affari sporchi”>>.

Perché i giapponesi di oggi sono più attirati dalle donne occidentali che dalle loro connazionali? Razzismo o complesso d’inferiorità?

<<Il razzismo, l’idea della razza superiore giapponese, è presente solo tra gli uomini più anziani: alcuni di loro mi hanno confessato che aver perso la guerra per loro è un’onta tale che “avere” una donna occidentale può costituire una sorta di riscatto. Aiuta a smaltire l’odio per l’Occidente, soprattutto verso l’America. Ma per i più giovani è diverso: pagano una hostess perché sanno che non avranno mai la possibilità di parlare a una donna occidentale, perché non viaggiano, non sanno l’inglese e sono repressi. La maggior parte delle ragazze, infatti, deve limitarsi a sorridere, al massimo sostenere una conversazione. L’importante è farsi vedere>>.

E davvero il sesso non c’entra?

<<È difficile fare statistiche su quanti di questi incontri finiscano a letto. La tentazione del denaro facile fa sì che talvolta alcune ragazze decidano di fare sesso con i clienti, cosa che nei loro Paesi d’origine probabilmente non avvrebero mai fatto. La mia opinione, visitando i club, è che molto dipenda dall’atmosfera del locale: alcuni decisamente scoraggiano il sesso con i clienti, altri sono più tolleranti. Credo che non più del 5-10 per cento degli incontri finisca in camera da letto, ma è un’approssimazione perché pochissime ragazze l’hanno ammesso, non è una cosa di cui vanno fiere>>.

Capita che le ragazze si trovino in situazioni rischiose?

<<Una delle donne che ho incontrato mi ha raccontato di avere avuto come cliente fisso per un periodo uno yakuza, un mafioso: le regalava gioielli e le lasciava grosse mance. Un giorno la mama-san le ha detto: “Ma tu sai chi è quell’uomo? Non puoi continuare ad accettare i suoi regali. prima o poi ti chiederà qualcosa in cambio”. Quella ragazza ha dovuto andarsene per un po’, per far perdere le proprie tracce. Ma sono le thailandesi e le filippine a rischiare di più, perché occupano un gradino più basso nella società ed è più facile sfruttarle>>.

Quanto guadagna una hostess?

<<Adesso non più tanto, per colpa della crisi economica. Ma molto dipende dalla sua abilità a far bere il cliente, perché le hostess hanno commissioni su ogni drink. Anche la notorietà del locale è importante, il più famoso è il “1 l Jack”, lì girano uomini molto facoltosi che lasciano grosse mance. Una ragazza australiana mi ha raccontato di essere capace di far bere sette-otto drink all’ora a 20-30 dollari l’uno. Lei guadagnava circa 600 dollari a sera. Le meno brave si devono accontentare di 200-300 dollari>>.

Quanto è diffuso il fenomeno?

<<È quasi impossible stlare statistiche, visto che si tratta di un fenomeno in gran parte sommerso. Mi è stato difficile persino scoprire quanti club ci sono a Tokyo: ho fatto un’approssimazione sulla base di un censimento della polizia per ragioni tributarie. Diciamo che ci sono 30-40 club con donne occidentali, ma migliaia di altro tipo. E il fenomeno è diffuso anche nelle altre maggiori città del Giappone, Kyoto, Yokohama. È cominciato alla fine degli anni Settanta, poi si è sviluppato in seguito, alla metà degli Ottanta. All’inizio era casuale, si trattava per lo più di viaggiatrici che facevano le hostess per pagarsi gli studi, i corsi di ballo o il bigletto di ritorno. Negli ultimi cinque anni, però, si sono create vere e proprie agenzie di reclutamento, in Canada per esempio ce n’è una>>.

Le geishe quindi sono condannate all’estinzione?

<<In Giappone c’è sempre meno interesse per la tradizione. Le geishe che si incrociano ancora oggi per le strade di Tokyo sono attrazioni turistiche. Esiste una scuola apposita per la loro formazione: imparano i movimenti base, a vestirsi, a truccarsi, quanto basta per passeggiare lungo le stradde della vecchia Tokyo e farsi fotografare dai turisti tra i templi. Le geishe sono scomparse molto tempo fa>>.
PAOLA PIACENZA

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